Archive for Giugno 2007
La nuova geografia degli investimenti
Cambiano le geografie degli scambi e dei flussi di capitale. Il World Investment Report 2006 elaborato dall’Unctad (la Conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo, www.unctad.org) fotografa un aumento del 22% degli Investimenti diretti esteri (Ide) verso i Paesi in via di sviluppo nell’ultimo anno. Il continente africano ha registrato un incremento del 78%, l’Asia Occidentale dell’85 e il Sud Est Asiatico del 44.
Non solo: il Rapporto mette in luce anche una forte crescita degli Investimenti diretti esteri in uscita dai Paesi in via di sviluppo, a cui è attribuibile il 13% dello stock mondiale di Ide, una percentuale mai raggiunta in precedenza. Emerge anche che una parte significativa di questi flussi hanno carattere intra-regionale, avvengono cioè tra paesi della stessa area geografica. Alimentano, quindi, le relazioni Sud Sud, favorite senz’altro da costi di produzione e poteri d’acquisto analoghi.
Per capire i cambiamenti nel quadro economico internazionale è necessario partire dall’aumento dei prezzi delle materie prime, dei beni agricoli e dell’energia, un elemento di novità rispetto al deterioramento delle ragioni di scambio che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni del secolo scorso, quando il valore dell’export di molti Paesi in via di sviluppo (Pvs) è crollato rispetto alle importazioni. Un rialzo che dipende dalla crescita della domanda dei “nuovi consumatori” (Cina e India su tutti), che hanno sviluppato un sistema produttivo di tipo tradizionale, imperniato sulla centralità dell’industria di trasformazione delle materie prime.
Le aree del pianeta che dispongono di materie prime stanno vivendo una marcata trasformazione: registrano un miglioramento delle loro bilance commerciali e riescono a ridurre in maniera significativa il proprio debito estero, riconquistando autonomia rispetto alle istituzioni finanziarie internazionali, oggi in chiara crisi d’identità.
Il rialzo dei prezzi delle materie prime e dell’energia provoca la nascita di grandi compagnie statali per il loro sfruttamento. Tali compagnie, soprattutto, sono capaci di attrarre gli Investimenti diretti esteri (Ide), prima latitanti, e diventano soggetti fondamentali del mercato finanziario nel momento in cui, come sta avvenendo, decidono di mettere sul mercato una parte del proprio capitale. Ciò finisce per condizionare la direzione del capitale internazionale. In queste operazioni non entrano solo gli investitori delle economie OCSE: si creano intrecci anche tra società delle economie emergenti, spesso pubbliche, e i risparmiatori di quei paesi. Si assiste, cioè, ad un cambiamento nella natura delle grandi compagnie, non più multinazionali private, nelle mani di fondi d’investimento dei paesi OCSE, ma società “miste” pubblico-privato – in realtà Stato-privati – con la presenza dei nuovi investitori dei paesi emergenti.
Resta da chiedersi se la definizione di transnational corporations sia realmente applicabile a questi nuovi colossi. Tre delle prime cinque imprese, tra quelle dei Pvs o economie in transizione, sono aziende pubbliche e tendono, come dimostra il rapporto Unctad 2006, ad espandere molto lentamente i loro asset internazionali. Procedono, cioè, ad un’internazionalizzazione secondaria rispetto al controllo del mercato interno. Un’internazionalizzazione che – come evidenzia lo stesso rapporto Unctad – si limita spesso alla loro “regione” d’appartenenza.
Nell’ambito di queste dinamiche sembra stia rinascendo il grande sconfitto della globalizzazione: lo Stato. Purtroppo, si tratta di una dimensione statuale ben poco rassicurante.
Add comment 30 Giugno, 2007
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Add comment 28 Giugno, 2007
Le brutte abitudini non hanno mai fine

Esce l’annuario del SIPRI (lo Stockholm International Peace Research Institute, uno tra i più prestigiosi centri di ricerca al mondo ed il punto di riferimento per i dati sulle spese militari) e come ogni anno i dati ci raccontano di un mondo che cerca di difendersi dalle proprie debolezze ed insicurezze puntando sulla forza delle armi.
Secondo i dati ricavati dalla ricerca del SIPRI, nel 2006 le spese militari hanno sfondato il tetto del 1200 miliardi di dollari (1204 per la precisione) attestandosi ad un livello in crescita del 3,5% rispetto al 2005 e soprattutto in crescita di ben il 37% nel corso degli ultimi 10 anni. La spesa pro-capite arriva ai 184 dollari, contro i 173 dollari del 2005.
A parte i numeri complessivi, la distribuzione della spesa militare è ancora una volta profondamente sbilanciata con 15 paesi che sono responsabili dell’83% delle erogazioni totali. Gli Stati Uniti rimangono isolati ai vertici di questa “speciale” classifica e si mangiano il 46% delle spese militari mondiali con ben 528,7 miliardi impiegati ed una spesa pro- capite di 1.750 dollari che praticamente doppia quelle di Gran Bretagna e Francia che si trovano al secondo ed al terzo posto. Una leadership, quella della superpotenza a stelle e strisce, ancora più consolidata dopo i fatti del 2001: nei cinque anni fino al 2006 sono state autorizzate delle spese “fuori budget ordinario” per complessivi 432 miliardi di dollari, una mossa scellerata per un’economia statunitense già in affanno. Le stime rilasciate dal SIPRI portano il costo complessivo della guerra in Iraq (dal suo inizio fino al 2016) a 2.267 miliardi di dollari! Nei trend registrati durante il 2006 non va tralasciata la crescita della Cina, la cui spesa bellica è stimata in quasi 50 miliardi di dollari, una cifra che la pone al quarto posto complessivo ed al primo in Asia con un inedito sorpasso nei confronti del Giappone.
La crescita nei bilanci dei comparti militari planetari si rispecchia poi nelle tendenze relative al mercato degli armamenti. Prendendo in considerazione gli ultimi quattro anni si può constatare un incremento di circa il 50% nel volume dei trasferimenti delle armi convenzionali. Un andamento che inverte in maniera netta la discesa iniziata nel 1997 e che sta portando il commercio delle armi proprio ai livelli di dieci anni fa. CONTINUA…..
1 comment 16 Giugno, 2007














